POST-SOVIET TREND : VESTIRSI DA POVERI PER FARE I RICCHI

POST-SOVIET TREND : VESTIRSI DA POVERI PER FARE I RICCHI

Buon lunedì, oggi sono un pelo nervoso e con la giusta dose di acidità per sparare un po’ di merda su uno dei trend che dallo scorso anno ha preso dominio del mondo streetwear e fashion.

Di che parlo? Beh, assolutamente del trend post-sovietico di cui Gosha Rubchinskiy è lo zar incontrastato.

Ora, io capisco il ritorno agli anni 80, capisco il rilancio di marchi storici come Champions e Fila, però sinceramente questa ricerca per un look da disadattato moscovita onestamente mi fa un po’ ansia.

Può essere carino per una sfilata, per uno shooting, ma poi il problema è che ti trovi in giro per Milano e vedi questa gente a cui non sai se dare l’elemosina o scattare una foto per instagram.

Facendo una riflessione molto profonda e sociale, credo che vestirsi da poveri per sentirsi ricchi sia come tagliarsi il cazzo per assomigliare a Rocco. 

Se qualcuno non ha capito può scrivermi in privato….

In pratica sembra che gli stilisti di questo filone sovietico non dettino la linea, ma piuttosto riportino in passerella quello che vedono nei sobborghi.

Beh, il brutto è il nuovo bello, secondo un’estetica che è diventata non convenzionale sia nel look che nei testimonials che sfilano.

L’ispirazione non è più nella testa del designer, ma deriva dalla strada, dall’immaginario in cui i teenagers sono i nuovi influencers, con attenzione particolare a ciò che gira sui social.

Ma allora….

Come direbbe Peter Griffin “ Momento! Momento! Momento! “ Beh, allora sono partito per gettare fango e merda su questa tendenza e mi ritrovo riga dopo riga ad esserne affascinato.

Eh sì, perchè se penso al mio percorso è pressoché lo stesso , input dalla strada, dal clubbing, dai social più che mai.

E, se rivedo quello che ho fatto negli anni, ho sempre avuto un debole per i modelli con una personalità fortissima e con un look androgino, vedi Stephane Olivier che ha lavorato con me per tante campagne.

Ora, tutto ciò che io porto in collezione è prevalentemente nero o giù di lì, ma ognuno declina a modo proprio e con la propria visione.

Scrivendo questo pezzo mi sento anche meno nervoso, però una cosa da pazza isterica ( e di questa definizione sono sicuro che E. sarà  entusiasta …. ) la voglio proprio dire.

Ci sono già quei 3-4 brand sovietici for real, ma a che cazzo serve fare le copie delle copie made in Barletta? Su, per una volta siamo credibili. Soprattutto, cari adorati negozi o, come va di moda oggi , stores : abbiate un’identità!!!!! ormai ci sono migliaia di negozi fatti con lo stampino , che fanno due anni di sciambola poi chiudono perché arriva sempre il più furbo che ti incula coi prezzi più bassi.

Le cose belle costano, la merda la trovi al mercato ( e poi oggi trovi la roba figa pure lì).

Per concludere, l’identità deve essere propria del marchio ma anche del contenitore in cui si trova.

Ah, comunque se qualcuno se lo chiede, adoro Gosha, Demna e compagnia.

Se volete offendermi nei commenti fate pure, a presto!!!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *